Mikel su Ferguson, Mourinho e il trasferimento che scosse l'Inghilterra

Pochi trasferimenti nella storia del calcio inglese sono stati caotici come quello che portò il giovane centrocampista nigeriano John Obi Mikel al Chelsea. A distanza di due decenni, Mikel ha raccontato di nuovo la vicenda in un’intervista a FourFourTwo, e la sua versione è schietta: firmare per il Manchester United è stato, a suo dire, un grande errore, ma scegliere alla fine il Chelsea è stata una cosa di cui non si è mai pentito.
La vicenda iniziò nel 2005, quando un giovane Mikel accettò di unirsi al Manchester United. Furono scattate foto, fu mostrata una maglia e l’affare sembrava concluso. Non lo era. Il Chelsea, allora allenato da José Mourinho, stava seguendo lo stesso giocatore, e ne seguì una furiosa disputa su chi ne detenesse effettivamente il cartellino. La lite si trascinò attraverso gli organi di governo del calcio prima di essere risolta, e Mikel finì invece a Stamford Bridge. Ha descritto l’episodio come costato un anno o due della sua carriera.
Ciò che rende memorabile il suo racconto è il dettaglio su come il Chelsea lo convinse. Secondo Mikel, incontrare Mourinho richiese un’elaborata segretezza, perché le regole dell’epoca non permettevano ai club di avvicinare un giocatore sotto contratto altrove. Furono organizzate auto, gli incontri furono nascosti e l’operazione fu gestita come qualcosa uscito da un film di spionaggio. Mikel ha detto che gli fu spiegato esattamente come si sarebbe inserito nella squadra, e che quella chiarezza contò più del rumore intorno a lui.
Quella decisione plasmò il resto della sua carriera. Al Chelsea, Mikel divenne una presenza durevole e disciplinata a centrocampo sotto una serie di allenatori esigenti. Vinse la Premier League, la FA Cup, la League Cup e, soprattutto, la Champions League nel 2012, quando il Chelsea batté il Bayern Monaco nel suo stesso stadio. Per un giocatore il cui arrivo era stato circondato dal caos legale, la sua uscita anni dopo fu silenziosa e rispettata.
Se ne andò anche con un aneddoto su Sir Alex Ferguson. Mikel ha detto che il leggendario allenatore del Manchester United lo salutava con una battuta canzonatoria, chiamandolo quello che allora era scappato. Il tono, insiste, era affettuoso più che amaro. Ferguson lo aveva voluto fortemente, lo aveva perso e alla fine aveva fatto pace con la cosa.
Il punto più ampio di Mikel riguarda come vengono trattati i giovani giocatori. Era un adolescente nel mezzo di una lotta tra due dei più grandi club del mondo, con agenti, avvocati e funzionari federali tutti coinvolti. Ripensandoci, inquadra l’episodio come una lezione su come prendere il controllo del proprio futuro invece di lasciare che siano gli altri a deciderlo per te.
Per i tifosi, l’intervista è un promemoria di un’era più strana e caotica nel mercato dei trasferimenti, prima dell’attuale sistema di finestre, clausole di rescissione e burocrazia costante. È anche un raro caso di un giocatore che parla chiaramente di un trasferimento che è andato storto prima di andare bene.
La carriera di Mikel lo ha portato dal calcio giovanile nigeriano ai vertici del gioco europeo e poi agli impegni internazionali con il suo paese. Ma in Inghilterra sarà sempre ricordato per una cosa: l’estate in cui due giganti si contesero lui, e lui scelse il blu.