Joseph Minala: la fake news che diceva che un diciassettenne ne aveva 42

Nel 2014, Joseph Minala era uno dei prospetti più promettenti del settore giovanile della Lazio, un centrocampista alto e potente con un futuro nel calcio italiano. Nel giro di poche settimane, una voce che non aveva nulla a che fare con le sue capacità dominava i risultati di ricerca che lo riguardavano: che non fosse affatto un adolescente, ma un uomo di 42 anni con una falsa identità. La notizia si diffuse attraverso blog, forum e feed social, e non se n’è mai andata del tutto.
Ora trentenne, il centrocampista camerunese ha rilasciato un’intervista al quotidiano argentino Ole per ripercorrere l’episodio. La sua opinione è netta. La sua carriera, ha lasciato intendere, non sarebbe dovuta finire dove è finita, e la Lazio all’epoca non lo ha protetto. Aveva 17 anni quando la storia divenne virale, lontano da casa, e in gran parte lasciato a rispondere di una bugia che non aveva contribuito a creare.
I meccanismi della voce dicono molto su come funziona internet. I motori di ricerca sono progettati per far emergere il materiale più recente, ma gli algoritmi continuano anche a riportare in vista articoli più vecchi e molto cliccati ogni volta che qualcuno digita un nome. Una storia che un tempo è stata ampiamente condivisa può diventare di fatto parte dell’identità di una persona, riemergendo anni dopo accanto ai risultati accurati. Per un giovane atleta che cerca di costruirsi una reputazione, è un tipo di danno strano e duraturo.
Il caso di Minala è diventato un monito nel calcio europeo. Le dispute sull’età esistono in questo sport, e le federazioni hanno procedure per verificarle, ma qui l’accusa non è mai stata un accertamento formale: era una voce che viaggiava più veloce di qualsiasi correzione. Il suo curriculum giovanile, la sua registrazione e il suo evidente sviluppo fisico da adolescente erano tutti disponibili; la versione virale semplicemente li ha superati.
La sua carriera da allora è stata itinerante più che spettacolare. Non è mai diventato quel titolare fisso nella prima squadra della Lazio che le sue prestazioni giovanili lasciavano presagire, e da allora ha giocato per una serie di club in Italia e altrove. Se la voce gli sia costata davvero delle opportunità è impossibile da dimostrare, ma il peso psicologico di essere una macchietta prima dei 18 anni è più facile da immaginare che da misurare.
Ciò che rende l’intervista significativa al di là del calcio è quanto il modello sia familiare. Chiunque veda il proprio nome legato a una falsità virale — una fotografia sbagliata, un documento letto male, uno scherzo uscito dal suo contesto — sa che la correzione raramente viaggia quanto l’accusa. I risultati di ricerca e i feed social non sono archivi di verità; sono archivi di attenzione.
Il tono di Minala nell’intervista è meno arrabbiato che rassegnato, con un filo di risentimento verso il club che avrebbe dovuto proteggere un adolescente. È un promemoria che la crescita dei talenti non riguarda solo tattica e ore di allenamento. I giovani giocatori che arrivano dall’estero sono particolarmente esposti, e le istituzioni che li circondano hanno un dovere di tutela che un comunicato stampa emesso anni troppo tardi non può assolvere.
Ora ha 30 anni, gioca ancora, gli viene ancora chiesto di una bugia raccontata quando era un ragazzo. L’intervista è un piccolo tentativo di mettere a verbale la sua versione — e forse di spingere l’algoritmo, finalmente, verso la verità.