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La crisi nascosta del calcio inglese: il 94% dei club perde soldi

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La crisi nascosta del calcio inglese: il 94% dei club perde soldi

Il calcio inglese si vende come il sistema di campionati più ricco e seguito al mondo. Una nuova bozza di rapporto suggerisce che, sotto il glamour, l’attività vive sul filo del rasoio.

L’Independent Football Regulator (IFR), un organismo creato per supervisionare il gioco inglese, ha pubblicato questa settimana una bozza di 244 pagine intitolata “State of the Game”. La sua conclusione centrale è netta: nei primi cinque livelli, la stragrande maggioranza dei club perde denaro. Secondo la copertura del rapporto, il 94% dei club dei primi cinque campionati inglesi ha chiuso in perdita la scorsa stagione, anche se il sistema ha generato circa 9 miliardi di sterline di ricavi.

Il rapporto dipinge un’industria spaccata in due. In cima, affluiscono i soldi dei diritti televisivi e le sponsorizzazioni globali. Più in basso, i club sopravvivono grazie alla generosità dei proprietari, ai debiti e alla speranza. L’IFR ha rilevato che 32 club non resisterebbero 30 giorni senza nuova liquidità dai loro proprietari, e 17 perderebbero comunque denaro anche se i loro giocatori non fossero pagati affatto.

Quest’ultimo dato merita una pausa di riflessione. Suggerisce che il problema non sono semplicemente gli stipendi elevati dei giocatori stellari, ma un disallineamento strutturale tra ciò che i club guadagnano e ciò che spendono — per stadi, trasferte, settori giovanili, amministrazione e il costo quotidiano di gestire una squadra professionistica.

Jonathan Davey, che presiede l’organismo di regolamentazione, ha scritto nella prefazione del rapporto che il calcio dei club inglesi è contemporaneamente la versione più ricca, migliore e più precaria del gioco al mondo. Il suo messaggio è stato schietto: agire prima che sia troppo tardi. La valutazione completa è attesa per il prossimo anno, e la bozza serve a delineare l’entità del rischio prima di regole più ferree.

Per i tifosi di tutto il mondo, la vicenda conta perché l’Inghilterra è il motore di esportazione del calcio mondiale. I suoi campionati forniscono il prodotto televisivo guardato dall’Asia all’Africa alle Americhe, e i suoi club stabiliscono i prezzi dei trasferimenti che si ripercuotono su ogni altro mercato. Se la base di quella piramide è finanziariamente fragile, l’intera struttura è esposta a shock — una retrocessione, una stagione negativa, un proprietario che perde interesse.

Storie parallele di questa settimana sottolineano quanto siano insolite le finanze del calcio. L’ex giocatore di Valencia e Barcellona Gaizka Mendieta, oggi consulente finanziario per i professionisti, ha dichiarato che tra il 40% e il 50% dei giocatori finisce in bancarotta entro cinque anni dal ritiro. Nel frattempo, rapporti dalla Spagna descrivono stelle in pensione che costruiscono grandi portafogli immobiliari come copertura, un promemoria che anche i guadagni d’élite possono svanire senza pianificazione.

La risposta proposta dall’IFR non è limitare l’ambizione ma esigere trasparenza e resilienza: conti più chiari, stress test e protezioni se un proprietario si ritira. I critici della regolamentazione sostengono che potrebbe congelare gli investimenti. I sostenitori dicono che l’alternativa è una lenta serie di crolli che danneggia città, tifosi e il gioco in generale.

Ciò che la bozza rende chiaro è che il boom del calcio inglese è stato finanziato in parte dalla pazienza e dalla ricchezza privata, non dal profitto. Se quel modello possa sopravvivere a un clima economico più duro è ora una questione per regolatori, proprietari e i tifosi che riempiono gli spalti ogni fine settimana.

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