L'idolo di Hong Kong Steven Cheung, 41 anni, fa lavori manuali e spera in un ritorno

Nel luglio 2019, un annuncio di matrimonio cadde come un sasso nell’acqua ferma. Steven Cheung, uno dei due membri del duo pop di Hong Kong Boy’z, annunciò che si sarebbe sposato e che stava per diventare padre. Quella che sarebbe dovuta essere una buona notizia scatenò invece uno dei più grandi crolli pubblici che l’industria dello spettacolo cittadina avesse visto da anni. Nel giro di circa 48 ore, gli accordi pubblicitari furono ritirati, un concerto annullato e la sua casa di management pose fine al contratto. Il suo nome divenne sinonimo di un certo tipo di tradimento pubblico, e il lavoro si prosciugò.
Cheung è nato a Hong Kong nel 1984, di origini cinesi e olandesi, con un volto che si adattava al mercato della sua epoca: lineamenti marcati e un’inconfondibile aria straniera. Iniziò a fare il modello part-time alle superiori, e la sua direzione sembrò presto segnata. I Boy’z gli diedero una cosa rara nel Cantopop, un duo costruito sulla giovinezza e sul fascino più che sulla pura potenza vocale, e per alcuni anni fu davvero famoso.
Poi arrivò la caduta, e fu totale. In un’industria dove gli sponsor si muovono più velocemente dei fan, il ritiro dei partner commerciali è quasi una condanna a morte. Programmi di varietà, drammi e endorsement che un tempo arrivavano facilmente smisero di chiamare. Qualunque siano i torti e le ragioni della sua vita privata, la conseguenza professionale fu immediata: passò dai palchi al silenzio.
Secondo recenti servizi dello spettacolo cinese, gli anni successivi sono stati duri. I resoconti descrivono un uomo che deve soldi in diverse direzioni, i cui vecchi amici si sono allontanati, e che ha intrapreso lavori fisici per tirare avanti. A 41 anni, si dice che si guadagni da vivere con le proprie mani mentre continua a chiedere, pubblicamente e ripetutamente, una possibilità di esibirsi di nuovo. Questi resoconti provengono da testate aggregatrici e di stampo tabloid piuttosto che da documenti finanziari verificati, quindi i dettagli vanno letti con cautela, ma il quadro generale è coerente tra loro.
La sua storia risuona perché è un arco familiare nel mondo dello spettacolo in lingua cinese. Le carriere degli idoli sono brevi, i contratti rigidi, e un singolo scandalo può porre fine a una vita pubblica da un giorno all’altro. A differenza di una pop star occidentale che potrebbe ritirarsi, reinventarsi e fare tour in locali più piccoli, il mercato di Hong Kong e della terraferma è stato storicamente implacabile, con le piattaforme pronte a cancellare i nomi dai cataloghi.
Ciò che rimane è l’ambizione. Cheung, secondo quanto riferito, ha continuato ad allenarsi e a dire che vuole tornare, il che in un business ossessionato dai volti nuovi è sia ostinato che un po’ triste. Se qualche produttore correrà il rischio è un’altra questione. Il pubblico decide sempre più chi merita un secondo atto, e non è sempre misericordioso.
Per i lettori globali, il caso è una finestra su come funziona la celebrità nella Grande Cina: intensa, veloce e brutalmente dipendente dal consenso pubblico. La fama può arrivare a 20 anni e svanire a 35. La domanda che ora Cheung incarna, se il talento meriti un ritorno dopo un disastro personale, è una a cui ogni industria dello spettacolo prima o poi deve rispondere.