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Il sistema laser cinese abbatte sciami di droni in un test a fuoco vivo

Per la redazione di HotNews3 min di lettura
Il sistema laser cinese abbatte sciami di droni in un test a fuoco vivo

Su una distesa del deserto del Gobi spazzata dal vento, nel nord-ovest della Cina, un gruppo di droni kamikaze è arrivato basso e veloce da più direzioni. Mentre si avvicinavano al bersaglio, i velivoli hanno improvvisamente preso fuoco, perso stabilità e sono caduti dal cielo uno dopo l’altro. La barriera invisibile che li ha fermati non era una rete né un disturbatore, ma un’arma laser chiamata Light Arrow, costruita dalla China Academy of Aeronautical Manufacturing Technology, un istituto di ricerca statale spesso indicato come Manufacturing Academy.

La dimostrazione è stata un test a fuoco vivo, non una simulazione di laboratorio. I droni si sono avvicinati in più ondate e da angolazioni diverse, imitando il tipo di velivoli d’attacco economici e usa e getta diventati una presenza fissa nei conflitti moderni. L’accademia ha affermato che i suoi ricercatori hanno impiegato anni per affrontare i colli di bottiglia che hanno tenuto le armi laser confinate nei laboratori: la trafilatura delle fibre ottiche che trasportano il raggio, il mantenimento di una temperatura sufficientemente bassa per sparare ripetutamente e il puntamento dell’energia con precisione sufficiente a bruciare un bersaglio a distanza.

Le armi laser sono state a lungo promosse come una risposta a basso costo agli sciami di droni, perché ogni colpo costa poco più dell’elettricità impiegata e il caricatore non si esaurisce mai. La difficoltà è ingegneristica. Un laser deve mantenere un punto piccolo su un bersaglio in movimento per diversi secondi mentre il raggio riscalda l’aria circostante, il che può distorcere la luce. Polvere, foschia e turbolenza peggiorano il problema. La Manufacturing Academy afferma che il suo sistema è stato progettato proprio per queste condizioni sul campo, anche se non ha divulgato dati su gittata, potenza di uscita o numero di droni che una singola unità può ingaggiare.

Il test arriva mentre la difesa antidrone è diventata uno degli angoli più dinamici della tecnologia militare a livello mondiale. I piccoli quadricotteri e le munizioni vaganti ad ala fissa sono economici da produrre e difficili da abbattere con i missili tradizionali, che costano molto più dei droni stessi. Eserciti dall’Europa al Medio Oriente stanno sperimentando di tutto, dalle armi a microonde ai cannoni che sparano reti. Gli istituti di ricerca statali cinesi lavorano da anni sui sistemi a energia diretta, e il programma Light Arrow è una delle dimostrazioni pubbliche più concrete di questo sforzo.

Resta poco chiaro quanto il sistema sia vicino allo schieramento. L’accademia ha descritto il test come una validazione pratica ma non ha fornito tempistiche per la produzione o l’approvvigionamento. Le armi laser affrontano ancora limiti severi: faticano con pioggia, polvere e nebbia, e le loro esigenze energetiche sono elevate. Un sistema che funziona in una giornata limpida nel deserto può comportarsi in modo molto diverso in un ambiente costiero umido.

Per ora, la prova nel Gobi offre un raro sguardo pubblico su una tecnologia che la maggior parte dei paesi tiene riservata. I droni nel test sono stati descritti come volanti in più direzioni e a gruppi, suggerendo che il sistema è pensato per gestire attacchi di saturazione piuttosto che bersagli singoli. È lo scenario che preoccupa di più i pianificatori, perché uno sciame può sopraffare le difese convenzionali con la sola forza del numero.

Il prossimo segnale da osservare è se l’accademia o i suoi partner annunceranno un modello di produzione o una variante navale o montata su veicolo. Una dimostrazione di laboratorio è una cosa; un sistema che può essere costruito in serie e schierato con le truppe è un’altra. Il test nel Gobi suggerisce che l’ingegneria sta avanzando, ma il divario tra una prova riuscita e un’arma schierata sul campo si misura spesso in anni.

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