Team di Hong Kong trova plastica biodegradabile nel sangue delle trote

L’acido polilattico, o PLA, è uno dei sostituti più diffusi al mondo della plastica convenzionale. Si trova negli imballaggi alimentari, nelle pellicole agricole e negli impianti medici, e porta un’etichetta rassicurante: biodegradabile. Un team di ricerca della City University of Hong Kong, guidato da Wang Wenxiong, ha ora pubblicato uno studio che suggerisce che tale etichetta possa essere troppo rassicurante, dopo aver trovato particelle di PLA degradate nel sangue delle trote iridee.
Il punto di partenza è una distinzione facile da confondere. Un materiale che si decompone non è necessariamente un materiale che si decompone in modo innocuo. Nell’ambiente, il PLA è esposto alla luce solare, all’ossidazione e all’acqua, e si frammenta in particelle sempre più piccole la cui chimica superficiale e proprietà fisiche cambiano con l’invecchiamento. Queste particelle alterate non sono lo stesso oggetto testato quando la plastica era fresca.
Gran parte della tossicologia delle microplastiche si è concentrata sugli organi in prima linea: intestino, fegato e branchie. Il sangue ha ricevuto molta meno attenzione, anche se è il sistema di trasporto che porta qualsiasi sostanza assorbita al resto del corpo. Il team di Hong Kong ha scelto la trota iridea come soggetto e ha esaminato specificamente il sistema circolatorio, chiedendosi cosa succede una volta che le particelle superano la parete intestinale.
La scelta del pesce non è casuale. L’acquacoltura e la pesca selvatica si trovano a valle di tutto ciò che dilava dalla terra, e i pesci sono esposti continuamente, non episodicamente. Le trote iridee sono una specie di laboratorio ben studiata, il che facilita il confronto dei risultati tra esperimenti.
Ciò verso cui il lavoro punta è un ripensamento di come vengono certificati i materiali plastici degradabili. Se l’invecchiamento cambia il modo in cui una particella interagisce con i tessuti, allora le valutazioni di sicurezza basate su materiale incontaminato potrebbero misurare la cosa sbagliata. La stessa logica si applica all’intera famiglia di polimeri biodegradabili e bio-based che oggi vengono prodotti su larga scala come sostituti.
Per i consumatori, l’implicazione pratica non è abbandonare le alternative alla plastica convenzionale. È che ‘biodegradabile’ descrive ciò che un materiale fa, non ciò che lascia dietro di sé. La domanda che i ricercatori stanno ora ponendo è se i frammenti prodotti lungo il percorso siano benigni, inerti o qualcosa di completamente diverso.
Il prossimo passo di questa linea di ricerca è stabilire se le particelle trovate nel sangue si accumulino, si eliminino o provochino una risposta nelle pareti dei vasi, e se l’effetto differisca tra materiale alterato e fresco. Sono esperimenti lenti, ma sono quelli che trasformerebbero un avvertimento in uno standard normativo. Fino ad allora, la scoperta resta un monito: il sostituto non è automaticamente l’opzione sicura.