Il ritorno a casa di un regista: prima il padre, poi la madre

Lu Qingyi non è un nome noto al di fuori del circuito documentaristico cinese, ma i lettori di saggistica lo conoscono per film che trasformano la vita familiare ordinaria in qualcosa di vicino alla poesia. La sua opera più nota, The Four Springs, ha seguito i genitori attraverso quattro visite di Capodanno in una piccola città della provincia di Guizhou, nel sud-ovest della Cina. Questo mese, una nuova intervista-libro con lui sta attirando l’attenzione per la stessa ragione dei suoi film: scrive dei genitori non come simboli ma come persone specifiche, e lascia che il lettore senta il peso di quella specificità.
L’intervista racconta un ritorno a casa doloroso. All’inizio del 2023, Lu ha lasciato Pechino ed è tornato nella contea di Dushan, in Guizhou, per sostituire il fratello maggiore nella cura del padre gravemente malato. Il giorno dopo il suo arrivo, il padre è morto serenamente. Lu ha pianto sul corpo del padre, poi ha trascorso da solo la prima notte di veglia accanto al braciere. Dalla stanza della madre giungeva una canzone flebile, He Ri Jun Zai Lai, una vecchia melodia popolare il cui titolo chiede quando tornerà una persona cara. Sua madre, anch’essa costretta a letto e gravemente malata, la stava cantando.
Quella scena è il cuore dell’intervista. Cattura qualcosa che molte famiglie in Cina conoscono: la cura degli anziani spesso ricade su chi può tornare a casa, e il ritorno stesso trasforma chi lo compie. Lu non si presenta come un santo. Descrive la stanchezza, l’imbarazzo e la strana intimità del prendersi cura del corpo di un genitore. Ciò che offre, invece, è attenzione, l’abitudine documentaristica di guardare da vicino senza voltarsi dall’altra parte.
Il titolo dell’intervista cita Lu che dice di aver visto nei suoi genitori il significato esatto dell’espressione di lao tian huang, un modo di dire per qualcosa che dura fino alla fine dei tempi. È un’affermazione impegnativa per una coppia di provincia, e l’intervista la guadagna attenendosi ai dettagli: un braciere, una canzone udita attraverso un muro, un fratello che passa il testimone. Il libro è meno un memoir del lutto che un resoconto di un figlio che impara a vedere i genitori come persone con una propria vita interiore.
C’è un contesto culturale più ampio. Con l’invecchiamento della popolazione cinese, sempre più figli adulti si trovano di fronte alla questione se tornare a casa quando un genitore si ammala, e molti lo fanno. Eppure l’assistenza rimane in gran parte invisibile nella cultura pubblica, trattata come un dovere privato anziché un’esperienza condivisa. Il racconto di Lu si unisce a uno scaffale crescente di scrittura cinese su malattia, vecchiaia e obbligo familiare, opere che tendono a essere lette in silenzio anziché discusse ad alta voce.
Il metodo di Lu è anche una critica all’idea che solo le vite drammatiche meritino di essere documentate. I suoi film precedenti erano realizzati con budget minuscoli e piccole cineprese, e hanno trovato pubblico perché gli spettatori riconoscevano i propri genitori in essi. L’intervista suggerisce che la sua scrittura funziona allo stesso modo. Non chiede ai lettori di ammirarlo. Chiede loro di guardare le persone sedute nella stanza accanto.
Per un lettore globale, il fascino non è esotico. La canzone, la veglia e il capoluogo di contea sono locali, ma la situazione non lo è: un figlio di mezza età torna, un genitore muore prima del previsto, un altro genitore ha bisogno di cure, e il figlio deve decidere cosa fare dopo. La risposta di Lu è stata continuare a registrare, trasformando l’anno più difficile della sua vita in materiale che potrebbe confortare le notti future di qualcun altro.
L’intervista si chiude dove era iniziata, con l’immagine dell’erba che ondeggia in un campo. Le cose registrate, dice Lu, possono lenire i giorni e le notti che verranno. È una promessa modesta e antica. Potrebbe anche essere la cosa più utile che uno scrittore possa offrire.