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Scienziato cinese ricorda come fu trovata la vita sopra le nuvole

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Scienziato cinese ricorda come fu trovata la vita sopra le nuvole

Quanto in alto può arrivare la vita? Per gran parte della storia umana la risposta è stata un’ipotesi. Un nuovo saggio di uno scrittore scientifico cinese, pubblicato questa settimana sulla piattaforma blog di ScienceNet, ripercorre la storia sorprendentemente drammatica degli sforzi per scoprirlo, e il quadro che emerge è quello di una scoperta paziente, a volte accidentale.

La storia inizia negli anni ‘30, quando un pallone a elio dell’United States Army Air Corps chiamato Explorer II salì a circa 22 chilometri nel cielo. Trasportava dispositivi di campionamento sterili che si aprivano durante la discesa, catturando aria dalla stratosfera. Tornati in laboratorio, i ricercatori coltivarono i campioni e trovarono dieci tipi di batteri e funghi. Fu la prima volta che qualcuno recuperò microbi vivi e coltivabili da quell’altitudine, e l’impresa fu riportata nel 1936. All’epoca, il lavoro era limitato dagli strumenti dell’epoca: non c’era modo di identificare gli organismi dal loro DNA, quindi gli scienziati non potevano dire se i microbi fossero veri residenti dell’alta atmosfera o semplicemente passeggeri portati su dal suolo.

Quell’ambiguità ossessionò il campo per decenni. Ogni nuova affermazione di vita a altitudini estreme affrontava la stessa obiezione: la contaminazione. Un pallone, un aereo o un razzo potevano facilmente raccogliere spore vicino alla superficie e depositarle in un campione raccolto molto più in alto. Il saggio nota che i ricercatori risposero stringendo i loro metodi, sterilizzando le attrezzature, aprendo e chiudendo i collettori in momenti precisi e progettando controlli che potessero rivelare se un microbo fosse veramente fluttuato nella stratosfera.

La posta in gioco andava oltre la curiosità. Definire il confine superiore della biosfera è importante per capire come la vita si diffonde sul pianeta, quanto le cellule sono resilienti alle radiazioni e al freddo, e se l’atmosfera terrestre potrebbe trasportare organismi tra i continenti. Inoltre, plasma il pensiero sulla vita altrove nel sistema solare, dove prevalgono simili estremi di temperatura e radiazioni.

Le tecniche moderne hanno cambiato le regole del gioco. Con il sequenziamento del DNA, gli scienziati non avevano più bisogno di coltivare microbi in una piastra per sapere che esistevano. Potevano confrontare il materiale genetico da campioni ad alta quota con specie note e, cosa cruciale, con i microbi trovati a terra e sulle stesse attrezzature di campionamento. Ciò permise loro di distinguere i veri abitanti delle alte quote dai clandestini con molta più sicurezza di quanta ne potessero avere i pionieri dei palloni.

L’autore del saggio, che scrive con il nome Zhang Wuchang, tratta la storia come una lezione di umiltà scientifica. I primi ricercatori non sbagliavano a essere entusiasti, ma mancavano degli strumenti per rispondere alle proprie domande. Ogni generazione ha ereditato sia le scoperte che i dubbi di quella precedente, e ogni ciclo tecnologico ha spinto il confine un po’ più in alto e lo ha reso un po’ più solido.

Per i lettori lontani da qualsiasi laboratorio, il racconto è un promemoria che alcuni dei fatti più basilari sul nostro pianeta sono stati stabiliti solo di recente, e che la linea tra cielo e mondo vivente è più sottile, e più strana, di quanto sembri. Il resoconto completo, parte di una serie più lunga, appare su ScienceNet, una rete di blog scientifici gestita dall’Accademia Cinese delle Scienze.