Il Nobel per la Fisica va a un telescopio fatto di ghiaccio antartico

Il Premio Nobel per la Fisica 2026 è andato a un rivelatore anziché a un banco di laboratorio: un chilometro cubo di ghiaccio antico sepolto sotto il Polo Sud. Il 6 ottobre l’Accademia Reale Svedese delle Scienze ha annunciato che il riconoscimento va a Francis Halzen, fisico ottantaduenne nato a Tienen, in Belgio, per il suo contributo decisivo all’Osservatorio di Neutrini IceCube e alla scoperta di neutrini ad alta energia di origine astrofisica.
I neutrini sono particelle spettrali che attraversano pianeti, persone e quasi tutto il resto senza fermarsi. È proprio questo che li rende utili. La luce proveniente da galassie lontane può essere bloccata dalla polvere o deviata dai campi magnetici, ma un neutrino porta con sé una linea retta che risale fino all’evento violento che lo ha creato. La parte difficile è catturarne uno. IceCube ci riesce usando la calotta glaciale antartica stessa come bersaglio: quando un neutrino occasionalmente collide con una molecola di ghiaccio, produce un debole lampo di luce blu, e una griglia di sensori ottici calati a più di due chilometri di profondità registra il segnale.
Halzen ha dedicato circa quattro decenni a trasformare l’idea da proposta improbabile a osservatorio funzionante. Ha conseguito il dottorato alla KU Leuven nel 1969 e in seguito ha costruito la sua carriera all’Università del Wisconsin–Madison, dove ha contribuito a mettere insieme una collaborazione internazionale che oggi coinvolge decine di istituzioni. Perforare l’altopiano polare e calare i rivelatori nei fori è stato un problema ingegneristico oltre che fisico, e ci sono voluti anni di estati polari per completare l’opera.
Il risultato è arrivato quando IceCube ha rintracciato un neutrino ad alta energia risalendo a un blazar noto, una galassia con un buco nero supermassiccio che spara un getto quasi direttamente verso la Terra. Quella singola rilevazione ha aperto un nuovo modo di fare astronomia, che legge l’universo in particelle anziché in luce. I ricercatori ora usano l’osservatorio per studiare gli acceleratori più energetici in natura, dalle galassie attive alle conseguenze delle esplosioni stellari.
Il premio arriva anche in una settimana straordinaria per la scienza. Pochi giorni prima, il Nobel per la fisiologia o la medicina era andato a Karl Deisseroth, Peter Hegemann e Georg Nagel per i canali ionici controllati dalla luce e l’optogenetica, la tecnica che permette ai ricercatori di accendere e spegnere le cellule cerebrali con la luce. Insieme, i due riconoscimenti celebrano strumenti e metodi tanto quanto le scoperte: strumenti che permettono agli scienziati di porre domande che prima nessuno poteva verificare.
Altrove nelle notizie di fisica di quest’anno, un team dell’Università di Warwick ha segnalato il primo pianeta noto in orbita attorno a una nana bianca che sembra essersi formato dal materiale espulso dalla stella morta stessa, un mondo di seconda generazione che si condensa dalle ceneri a circa 270 anni luce di distanza. È un promemoria di quanto l’astronomia dipenda ora dal notare segnali deboli e strani e poi dal dimostrare cosa significano.
Per la Cina, il risultato di IceCube porta un messaggio pratico. Il paese sta espandendo le proprie infrastrutture scientifiche di grandi dimensioni, dagli osservatori spaziali agli esperimenti in profondità sotterranee e subacquee, e la storia di Halzen mostra quanto tempo possono richiedere simili scommesse per dare frutti. Un rivelatore che negli anni Novanta sembrava una curiosità è diventato lo strumento che ha cambiato un campo.
Halzen, ormai ottantenne, ha dedicato gran parte della sua carriera a spiegare perché un blocco di ghiaccio in fondo al mondo valga la pena. Questa settimana, il comitato Nobel si è detto d’accordo con lui.