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Il boom dei dottorati in Cina scatena un confronto virale con la popolazione di asini

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Il boom dei dottorati in Cina scatena un confronto virale con la popolazione di asini

Una statistica curiosa sta facendo il giro dei social media cinesi: la Cina potrebbe presto avere più persone con un dottorato che asini. Il confronto, reso popolare da un saggio intitolato “Ci sono davvero più dottorati che asini in Cina?”, rileva che il paese ospita circa 1,2 milioni di dottori di ricerca, mentre la sua popolazione di asini dovrebbe scendere sotto 1,2 milioni di capi. Per una generazione di studenti laureati abituata a una concorrenza feroce, la battuta arriva come una stoccata — perdere una gara di scarsità contro un animale da fattoria.

Il saggio, ripubblicato dalla testata scientifica Guokr, ripercorre le origini di entrambi i numeri. Il percorso verso il dottorato in Cina si è ampliato notevolmente negli ultimi due decenni, mentre le università spingevano per diventare potenze della ricerca e il governo riversava denaro in scienza e ingegneria. Nel frattempo, la meccanizzazione dell’agricoltura ha reso gli asini in gran parte superflui come animali da tiro, e il loro numero è diminuito costantemente per anni. Due curve molto diverse si sono incrociate per caso.

Il confronto è più di un meme. Cattura una reale ansia tra i giovani ricercatori cinesi sul valore di un titolo avanzato in un mercato del lavoro accademico affollato. Le posizioni tenure-track nelle università di punta restano scarse, e molti nuovi dottori di ricerca competono ora per contratti postdottorali, ruoli solo di insegnamento o lavori del tutto fuori dall’accademia. Alcuni descrivono una corsa agli armamenti in cui ogni coorte sente di dover pubblicare di più, restare più a lungo e accontentarsi di meno.

Tuttavia, il quadro non è semplicemente quello di un’eccessiva offerta. La Cina ha il più grande sistema di istruzione superiore del mondo, e i suoi laureati di dottorato si distribuiscono sempre più nell’industria — semiconduttori, biotecnologie, veicoli elettrici, intelligenza artificiale e finanza. Le aziende di questi settori reclutano attivamente dottori di ricerca, e i governi regionali offrono sussidi per attirarli. In questo senso, il titolo non sta perdendo valore tanto quanto sta cambiando mani.

La metà asinina dell’equazione è una storia a sé. Un tempo indispensabili nelle fattorie cinesi, gli asini sono ora così rari che le loro pelli — usate nella medicina tradizionale — vengono importate in grandi quantità. I conservazionisti hanno avvertito che alcune razze sono a rischio, e il declino dell’animale è diventato un piccolo simbolo di quanto rapidamente si sia trasformata l’economia rurale del paese.

Per i lettori fuori dalla Cina, il dibattito virale offre una finestra su come il paese pensa all’istruzione e allo status. Un dottorato è da tempo visto come un biglietto per la sicurezza e il rispetto. Con l’aumento dell’offerta, famiglie e studenti stanno ricalibrando quanto quel biglietto valga davvero. Alcuni commentatori sostengono che il vero problema non siano troppi dottorati ma troppo pochi posti che utilizzino bene la loro formazione, sia dentro che fuori le università.

Ciò che fa viaggiare il saggio è il suo tono — ironico, autoironico e molto online. “Se Afanti fosse nato in futuro”, scherza, riferendosi all’eroe popolare che cavalca un asino, “potrebbe cavalcare un vecchio dottorato”. Quella miscela di umorismo e inquietudine è familiare ai laureati di tutto il mondo che si sono chiesti se le loro credenziali faticosamente conquistate siano ancora abbastanza scarse da contare.

Che i due numeri si incrocino davvero o no, la conversazione riflette una verità più ampia: l’investimento della Cina nel talento della ricerca è enorme, e altrettanto lo sono le aspettative riposte in esso. La questione di cosa faranno tutti quei dottorati — e cosa farà il paese con loro — probabilmente resterà rilevante molto dopo che la battuta sugli asini smetterà di far ridere.