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I 350.000 scambaiters AI australiani ribaltano la situazione contro i truffatori

Per la redazione di HotNews3 min di lettura
I 350.000 scambaiters AI australiani ribaltano la situazione contro i truffatori

Un’azienda in Australia ha creato una forza lavoro insolita: 350.000 agenti di intelligenza artificiale il cui unico compito è far perdere tempo ai truffatori. L’azienda, Apate.ai, prende il nome dalla dea greca dell’inganno, e i suoi bot sono progettati per essere ingannati solo in apparenza. Ogni agente si finge una persona comune — giovane o anziana, uomo o donna — con accenti diversi, diverse lingue e una propria personalità, secondo un rapporto del media scientifico cinese Guokr.

L’obiettivo non è il pubblico ma l’industria delle frodi stessa. Quando arriva una chiamata truffa, o un sito di phishing chiede dati, risponde un personaggio AI. Chiacchiera, esita, chiede chiarimenti, dimentica una password, legge male un numero. Lo scopo è tenere occupato il truffatore il più a lungo possibile, il che costa tempo e denaro all’operazione fraudolenta mentre offre alle persone reali una linea telefonica più tranquilla. Lo stesso approccio si estende alle frodi sugli investimenti e ai siti falsi, dove i bot possono compilare moduli con informazioni plausibili ma inutili.

Lo scambaiting non è nuovo. Per anni, appassionati hanno risposto a email fraudolente con storie elaborate e identità false, condividendo i risultati online. La differenza qui è la scala. Un singolo umano può gestire una o due conversazioni alla volta; una rete di centinaia di migliaia di agenti software può gestirne molte contemporaneamente, 24 ore su 24, in diverse lingue. L’azienda afferma che i personaggi variano abbastanza che un truffatore non può facilmente distinguerli l’uno dall’altro.

L’idea si colloca in un incrocio scomodo tra sicurezza ed etica. I difensori dell’approccio sostengono che i truffatori sono criminali che traggono profitto da paura e confusione, e che rallentarli protegge le vittime. I critici potrebbero chiedersi se l’inganno automatizzato, anche contro i malfattori, rischi di normalizzare la pratica, o se un bot che impersona una persona anziana vulnerabile potrebbe attirare ritorsioni contro persone reali. Il rapporto non risolve queste questioni, e la tecnologia è ancora giovane.

Per gli utenti comuni, la lezione pratica è più semplice. La migliore difesa contro una chiamata truffa rimane la stessa: riagganciare, non condividere codici o dati bancari e segnalare il numero. Un’esca AI non elimina la necessità di questa cautela. Ma aggiunge un nuovo livello a una vecchia corsa agli armamenti — una in cui i truffatori ora devono chiedersi se la voce dall’altra parte sia davvero una persona.

Ciò che rende la storia notevole è l’economia. Le operazioni fraudolente si basano sul volume; se abbastanza chiamate vengono risposte da bot che non pagano mai, il costo di ogni truffa riuscita aumenta. È la stessa logica dietro i filtri antispam e le app che bloccano le chiamate, applicata alla conversazione invece che alla consegna. Se funzioni su larga scala dipenderà da quanto rapidamente i truffatori impareranno a rilevare le voci sintetiche.

Per i lettori globali, il caso è un promemoria che il primo ruolo di massa dell’AI potrebbe non essere scrivere saggi o generare immagini, ma trovarsi nel mezzo di transazioni ordinarie, comprese quelle disoneste. I prossimi anni mostreranno se le esche automatizzate diventeranno uno strumento standard per banche e telecomunicazioni, o rimarranno un esperimento intelligente gestito da un’azienda con un nome classico.

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