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La fisica dietro i servizi più veloci del tennis

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La fisica dietro i servizi più veloci del tennis

Quando questa settimana è iniziato il China Open a Pechino, i radar hanno iniziato a lampeggiare numeri che sembravano meno sportivi e più statistiche sui trasporti. Alcuni servizi sono stati cronometrati a velocità straordinarie, e le apparecchiature di misurazione del torneo hanno registrato alcune delle battute più veloci della stagione.

Eppure nessuno di essi ha toccato il record assoluto. Quello appartiene al giocatore australiano Sam Groth, che nel 2012 inviò un servizio a 263,4 chilometri orari durante un torneo ATP Challenger a Busan, in Corea del Sud. Per metterlo in prospettiva, 263 km/h sono a un passo dalla velocità di crociera massima di un treno ad alta velocità, e superano comodamente le velocità raggiunte su molte linee ferroviarie urbane. La domanda è ovvia: come fa un essere umano, usando un solo braccio, a produrre una velocità di palla che appartiene all’orario ferroviario?

La risposta, secondo una spiegazione della rivista scientifica Guokr, è che un servizio professionale non riguarda mai davvero il braccio. È una reazione a catena che inizia dal terreno. Un giocatore carica energia nelle gambe piegando le ginocchia, poi spinge verso l’alto, trasferendo quella forza attraverso le anche e il busto. Il tronco ruota, la spalla segue, e solo alla fine di quella sequenza il braccio frusta in avanti. Quando la racchetta incontra la palla, l’intero corpo è stato reclutato, e il braccio è semplicemente l’ultimo anello della catena.

Ecco perché i giocatori alti tendono a servire più velocemente, e perché la tecnica conta molto più del muscolo puro. Un servizio è anche uno studio sull’energia elastica. Tendini e muscoli si allungano e si contraggono, immagazzinando e rilasciando forza in frazioni di secondo, proprio come un arco teso rilascia la sua tensione accumulata. Gli allenatori passano anni a insegnare ai giocatori a sequenziare questi movimenti senza intoppi, perché qualsiasi interruzione nella catena disperde velocità.

C’è però un compromesso. Più veloce è il servizio, minore è il controllo che il battitore ha sulla collocazione, e maggiore è lo stress che la spalla assorbe. Gli scienziati dello sport hanno da tempo notato che la ripetuta rotazione estrema richiesta per un servizio potente è una delle ragioni per cui gli infortuni a spalla e gomito sono così comuni tra i professionisti. Generare velocità è un dono fisico; sostenerla nel corso di una carriera è una sfida tecnica e medica.

Per gli spettatori del China Open, i numeri sul radar sono un utile promemoria che il tennis d’élite è tanto una dimostrazione di fisica quanto una competizione. Gli stessi principi appaiono in altri sport di lancio e di colpitura, dal lancio del baseball al bowling del cricket, dove gli atleti convertono anch’essi una rincorsa e un busto rotante in velocità di palla.

Quindi la prossima volta che un servizio sfreccia a più di 200 km/h, vale la pena ricordare che il braccio non ce l’ha fatta da solo. Piedi, anche, tronco e spalla hanno tutti contribuito, e la racchetta ha semplicemente consegnato il messaggio. I record potranno cadere ancora, ma la meccanica di fondo — un corpo che si trasforma in una frusta — non cambierà.